13 Reasons Why, la serie Netflix sulla bocca di tutti

Michele Li Noce –

Di cosa parla la nuova serie Netflix che sta suscitando grandi discussioni su tematiche estreme e delicate?

reason9Chissà se l’ideatore della serie, Brian Yorkey o i produttori, fra i quali spicca il nome di Selena Gomez, avrebbero mai pensato che questa serie adolescenziale, avrebbe avuto un così forte impatto emotivo e mediatico. Forse sì e questo potrebbe in parte giustificare i motivi per cui è stata realizzata una piccola appendice con il dietro le quinte che in parte ci aiuta a capire alcuni passaggi della trama e le difficoltà avute dai giovanissimi attori nell’interpretare le scene più complicate.

Clay Jensen con i mano una delle famigerate cassette.
Clay Jensen con in mano una delle famigerate cassette

Tratta dal romanzo “13” dello scrittore Jay Asher, la serie racconta, utilizzando in modo originale la tecnica del Flashback, le vicende di un gruppo di adolescenti alle prese con i drammi piccoli e grandi, le incomprensioni e le debolezze tipiche della loro generazione, concentrandosi in particolare sulla tragica morte per suicidio di Hannah Baker e delle sue motivazioni concentrate in 13 registrazioni su cassetta fatte recapitare ad alcuni dei personaggi coinvolti, a vario titolo, nella sua morte.

Grande interpretazione di Kathrine Langford (Hannah Baker) e di Kate Walsh (Mrs Baker).
Grande interpretazione di Katherine Langford (Hannah Baker) e di Kate Walsh (Mrs Baker).

La prima cosa che va sottolineata è la grande bravura dei giovani attori coinvolti nella serie. Difficile interpretare personaggi Teen in modo credibile, riuscire a trasmettere allo spettatore degli stati d’animo anche solo con uno sguardo e noi troviamo che i personaggi di Clay Jensen (Dylan Minette). Hannah Baker (Katherine Langford) e il resto del cast, siano riusciti a dipingere in modo molto profondo e credibile un gruppo di studenti alle prese con il gioco drammatico della vita, ognuno con le proprie debolezze, forze e piccole tragedie quotidiane.

Bryce Walker, lo stereotipo dell'adolescente figlio di papà visto e rivisto decine di volte.
Bryce Walker, lo stereotipo dell’adolescente “figlio di papà” molto inflazionato al cinema e in tv

Justin Prentice (Bryce Walker), in un intervista, ha evidenziato come il supporto di psicologi e l’esperienza di associazioni di supporto al disagio giovanile, siano stati fondamentali per riuscire a interpretare nel migliore dei modi le scene più crude e violente, a riprova della grande attenzione da parte dei giovani attori nell’affrontare questa serie con delicatezza e attenzione specie per i temi estremi che vengono toccati.

L'ambientazione scolastica è il teatro ove si svolgono alcune delle scene migliori della serie.
L’ambientazione scolastica è il teatro ove si svolgono alcune delle scene migliori della serie

Da un punto di vista prettamente critico, la serie si muove, forse per facilità di comprensione e per meglio concentrarsi sul tema centrale che al caratterizza, su molti stereotipi che alla fine ci sono risultati abbastanza fastidiosi. Il riccone bullo, il guardone, l’introverso, la bella ma crudele, l’alcolizzata, il campione, sono personaggi statici di un teatrino già visto altre volte quando si parla di Teen series. Non a caso solo Hannah Baker e Clay Jensen risultano essere gli unici personaggi un po’ fuori dal coro.

Le cassette non raccontano la realtà vera, ma solo quella di Hannah e di come l'ha vissuta.
Le cassette non raccontano la verità assoluta, ma solo quella di Hannah e di come l’ha vissuta

Anche i dialoghi a volte sono risultati affrettati e poco organici alla storia, come se si avesse fretta di giungere al nocciolo della questione senza badare troppo al contorno. Se da una parte la cosa trova una sua giustificazione, dall’altro toglie molto al clima drammatico di cui tutta la serie è permeata.

Di contro, noi spettatori abbiamo subito fin dal principio l’influenza, la tragica cappa di morte che ammanta l’intera serie come un velo nero impalpabile che ci accompagna nello svolgimento delle cassette di Hannah, lato per lato, a tratti diventando quasi soffocante, come nelle scene ambientate durante la festa di Jessica (Alisha Boe).

Una scena tratta dal primo episodio.
Una scena tratta dal primo episodio

Se lo scopo degli autori e produttori era quello di raccontarci uno spaccato di vita adolescenziale condito di tragico suicidio e svariate argomentazioni come la violenza sessuale o il bullismo, l’impresa è riuscita in modo abbastanza compiuto. I registi e gli sceneggiatori non si sono mai soffermati più del dovuto in scene crude e violente, ma hanno sempre preferito lasciare alle parole di Hannah o alla nostra immaginazione, il peso e la terribile devastazione psicologica che portavano con se.

Poteva esserci un lieto fine? Forse sì ma avrebbe avuto lo stesso effetto?
Poteva esserci un lieto fine? Forse sì ma avrebbe avuto lo stesso effetto?

Crediamo che giustamente si continuerà a parlare di “13 Reason Why” da un punto di vista sociologico, psicologico e di come il tema del suicidio sia stato affrontato al suo interno. Pertanto non possiamo far altro che consigliarvi la visione di questa serie, senza urlare al capolavoro ma parlando di un buon Teen drama con qualche stereotipo, buonissimi interpreti e che contiene un messaggio forse interpretabile in modi differenti. Come, infatti, abbiamo potuto apprendere dalle varie petizioni online a favore di una proiezione nelle scuole, ma anche da alcune associazioni schieratesi contro la serie. Noi non ci schieriamo in merito, ma riteniamo che la decisione di trasporre sullo schermo l’opera di Asher, sia stata vincente e sia riuscita finalmente a far parlare le masse (e non solo chi sia stato colpito in prima persona da una storia simile), di temi difficili e impegnativi che riguardano gli adolescenti e la società contemporanea.

E voi avete visto la serie? Che opinione vi siete fatti in merito? Poteva esserci un lieto fine? E se la risposta è si, avrebbe avuto lo stesso effetto?

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