American Sniper: la violenza può davvero risolvere i problemi?

Paola Boni –

Riflessioni sull’autobiografia del cecchino più letale della storia degli Stati Uniti d’America

cover-666x1024Anche se la mamma ti dice che non è vero, la violenza risolve i problemi“.

Questo é il motto della Craft International, la scuola per Sniper che vede tra i suoi fondatori Chris Kyle, conosciuto come il cecchino più letale della storia dell’esercito Americano.

Considerato un vero eroe americano, Kyle ha raccolto la sua storia nell’autobiografia “American Sniper” diventata famosa poi in tutto il mondo grazie anche all’omonimo film di Clint Eastwood interpretato da Bradley Cooper.

Nella sua autobiografia, Kyle racconta la sua storia da quando da ragazzo sognava di diventare un cowboy, alla decisione di arruolarsi ed entrare nei Seal, alle missioni in Iraq che lo hanno segnato e portato a raggiungere le 160 uccisioni registrate (ovvero quelle in cui era presente un testimone che ha potuto confermare l’uccisione), diventando così il cecchino più letale della storia degli Stati Uniti. Oltre che della sua carriera militare però, Kyle parla anche del rapporto con sua moglie e i suoi compagni e della sua passione per le armi, descrivendo in maniera dettagliata quelle utilizzate in missione e le sue preferite.

“American Sniper” è quindi la testimonianza di un soldato in guerra ma è anche quella di chi resta casa, della moglie di Kyle, che con alcune testimonianze racconta del suo amore per lui, delle sue angosce e dei suoi dubbi sul pericoloso lavoro del marito.

La biografia di Chris Kyle dà sicuramente da riflettere su molti spunti, a partire da una certa mentalità americana legata alla guerra e alla lotta contro quello che Kyle stesso definisce “il male”.

Ma quando Dio valuterà il fardello dei miei peccati, in quel retrobottega o in qualunque altro posto, credo che nessuna delle uccisioni che ho compiuto in guerra ne farà parte. Tutti coloro che ho ucciso erano malvagi, e avevo un valido motivo per ogni colpo che ho messo a segno. Tutti quanti meritavano di morire. Ciò che rimpiango sono le persone che non sono riuscito a salvare: i Marine, i soldati, i miei compagni. Non ho mai dimenticato la loro morte, e mi fa soffrire aver mancato al mio dovere di proteggerli“.

Questo é sicuramente il passaggio che più evidenzia il conflitto che si viene maggiormente a creare leggendo questa autobiografia: Chris Kyle ha ucciso decine di persone, forse più di quelle registrare ufficialmente, eppure lo ha fatto per compiere il suo dovere e salvare le vite dei suoi compagni.

Se per principio si è consapevoli che uccidere è sbagliato, leggendo questo libro ci si trova a porsi delle domande: quando uccidere diventa giustificabile? Cosa faremmo noi se ci trovassimo in situazioni estreme in cui esitare vuol dire vedere morire i propri amici?
Insomma la violenza può davvero aiutare a risolvere i problemi?

Molti lettori penseranno subito che “no, la violenza non risolve mai i problemi”, ma leggendo la storia di Chris Kyle a volte dare questa risposta non è così semplice, non quando ci si trova in determinate situazioni e sono la nostra vita e quella dei nostri compagni a essere messi in pericolo.

Ci si può trovare d’accordo o meno con la vita e col modo di pensare di Chris Kyle, ma la sua autobiografia vale la pena di essere letta per capire maggiormente un’America che si pensa esista solo nei film di guerra e comprendere come la guerra stessa viene vista da chi l’ha vissuta davvero.

Un ultimo appunto: la vita di Chris Kyle è una lettura amara soprattutto perché, fin dall’inizio, il lettore è consapevole del motivo della sua morte. Una volta lasciato l’esercito infatti, Kyle si è dedicato anche ad aiutare i veterani con disturbi di stress post traumatico ed è stato ucciso da uno di loro un anno dopo l’uscita della prima edizione del libro.

Avete letto American Sniper? Avete guardato il film? Fateci sapere cosa pensate di questa biografia che tocca argomenti decisamente controversi, commentando qui, su Facebook, Twitter o G+.

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