Christian Boltanski – Dopo alla Fondazione Merz di Torino

Redazione – 

Fino al 31 gennaio 2016 la mostra personale dell’artista francese a cura di Claudia Gioia

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La Fondazione Merz di via Limone 24 a Torino presenta Christian Boltanski. Dopo, una mostra personale dell’artista francese a cura di Claudia Gioia. Christian Boltanski (Parigi, 1944), tra i più grandi interpreti della nostra contemporaneità espone per la prima volta a Torino con un progetto site-specific inedito pensato in relazione alla storia sociale e culturale della città.

cMT4F52BwegOXMlZ_Hxkfed7bRG5FEnT2l6mZtroHUEDOPO si sviluppa nell’intero spazio della Fondazione ed è concepita come un’istallazione totale, un unico racconto corale capace di parlare alla memoria collettiva ed individuale, inanellare passato e presente, sollecitare promesse disattese, ricongiungere la Storia alla vita di ciascuno.
La storia e il tempo di svolgimento della vita umana costituiscono la materia del lavoro di Boltanski, la vulnerabilità è la sua forza e la riflessione sull’assenza è il suo modo per dire la passione per il reale. Per questo Boltanski costruisce archivi, muove ombre nello spazio, riporta alla superficie ricordi dimenticati attraverso volti e occhi di sconosciuti che affiorano da fotografie recuperate, fa risuonare il battito del cuore all’unisono con i ritmi della storia, costruisce scenari di abiti per non disperdere i racconti dei singoli, indaga il caso, sfida con ironia la caducità delle cose e propone l’arte della durata.

g-HCDNUxEuI-o8oX4Bg1EGJ_OLUNuVOArP0JuFO_omgIl percorso espositivo si apre con circa 200 grandi fotografie, stampate su tessuto, sospese al soffitto e in movimento nello spazio della Fondazione. I volti e le immagini di piccole quotidianità arrivano dall’archivio personale di Boltanski che negli anni ha raccolto storie concentrate in sguardi, ritratti e scatti. Il moto continuo impresso alle immagini sospese nel vuoto è un invito a lasciarsi andare al flusso del tempo e della memoria. Che succederà ‘dopo’? E quanti ‘dopo’ ci sono già stati nella vita delle persone, nei ricordi e nella casualità degli eventi?. Le foto girano come i fatti della vita, si può decidere di inseguirle con lo sguardo o muoversi dietro loro, ma poi alla fine bisogna lasciarle andare e pensare al ‘dopo’.

oQEhpg_5rEzqyG76QPq18ynx4Dj2i8SAR7A5XTTq6TESequenze rapide, flashback di vita prima giovane e poi adulta insistono anche con il volto di Boltanski Entre Temps le cui foto si prestano al gioco del tempo che passa trasformando e assottigliando i ricordi fino a renderli ombre. Ombre che a sorpresa appaiono in mostra come figure esili e tremule si allungano sulle pareti, evocando presenze tra il sogno e la realtà, in un gioco dove l’aspetto ludico si combina con la componente dell’inquietudine, dell’illusione e dell’inganno. Le ombre come le foto insistono sulla precarietà umana, sul tentativo di trattenere quello che sfugge, ma soprattutto sul coinvolgimento individuale nella narrazione collettiva che si chiama vita, storia, pensiero.
cJf6RBxUC8VLE3MvjY_z8l88978UqR2_jF3IrkVczx8Un applauso liberatorio, con il video Clapping Hands, sottolinea il passaggio dello spettatore prima di scendere al piano inferiore della Fondazione. È l’omaggio che Christian Boltanski ha voluto fare al lavoro di Mario Merz e alla capacità di essere presenti al proprio tempo coltivandolo e rendendolo fecondo anche per chi viene dopo.
Infine scatole di cartone ricoperte di cellophane e impilate l’una sull’altra formano costruzioni di dimensioni differenti e prendono possesso dello spazio. Instabili torri, archivi scomposti – evoluzione delle boites de biscuits care a Boltanski – poggiano a terra come dimenticate e appena rischiarate dalla luce delle lampadine che da lontano scrivono la parola DOPO nel buio.
La memoria e lì e, come i circuiti cerebrali, attende solo di essere riattivata, aprendo cassetti, cercando nelle storie comuni, giocando con i rimandi nel presente.

In occasione della mostra verrà realizzato un libro con le immagini dei lavori di Christian Boltanski e degli allestimenti presso la Fondazione Merz, un’intervista all’artista e un testo del filosofo Massimo Donà.

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