Il capolavoro “L’altra Heimat” approda al cinema

Antonella Cabras –

Giunge al cinema il quarto capitolo della saga di Edgar Reitz intitolato “L’altra Heimat. Cronaca di un sogno” distribuito dalla Ripley’s Film, VIGGO e Nexo Digital, in lingua originale con sottotitoli 

Heimat_LOCSarebbe un grande peccato (addirittura delitto), perdere la visione di questa pellicola, la quarta di una saga cominciata nel 1984 in televisione. In realtà, sebbene “L’altra Heimat. Cronaca di un sogno” giunga ora, dopo tre capitoli, si tratta del prequel (concepito appositamente per il cinema della durata di 230′ minuti), con cui il regista Edgar Reitz guarda al passato dei suoi personaggi e del mondo di Schabbach cogliendolo a metà Ottocento.
Ma facciamo un passo indietro.

©Christian Ludeke
©Christian Ludeke

Girato in parte in bianco e nero e in parte a colori, Heimat (che prende il nome dalla parola tedesca che indica la casa o il luogo natio), fu presentato in anteprima nel 1984 alla 41ª Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, raccogliendo un enorme consenso di critica. Suddiviso in 11 episodi per un totale di 924 minuti, il film narra la storia della famiglia Simon e di Schabbach, villaggio immaginario dell’Hunsrück, regione d’origine del regista. Dieci anni dopo, nel 1992, uscì Heimat 2 – Cronaca di una giovinezza” e nel 2004 arrivò “Heimat 3 – Cronaca di una svolta epocale.

Reduce dal fallimento di “Il sarto di Ulm”, film risalente al 1978, Reitz pensò di mettersi al lavoro sui suoi ricordi, sulla memoria collettiva del suo Paese, sul peso della Storia. E nel 1984 arrivò appunto sugli schermi (televisivi) “Heimat”, un grande ciclo che, concentrandosi sulla famiglia Simon, racconta la storia tedesca dal 1919 al 1982: la guerra, la crisi, l’avvento del nazismo, i suoi riflessi nella vita di ogni giorno. Fu subito un successo e in Italia si rivelò un vero e proprio fenomeno di culto riscuotendo consensi e scatenando appassionati dibattiti sul tema della serialità.

Il secondo film, “Heimat. Cronaca di una giovinezza” copre i dieci anni tra il ‘60 e il ’70 e vede la fuga di Hermann Simon dalla piccola vita di Shabbach, i suoi amori nella Monaco della contestazione, il suo lavoro come compositore di musica. Mentre “Heimat 3. Cronaca di una svolta epocale” racconta in sei episodi il ritorno a casa di Simon. Il tutto incorniciato tra un prologo e una conclusione.

Col quarto capitolo, come già accennato, si va indietro: raccontando tra il 1842-1844, la storia della famiglia Simon. Johann, il padre, fabbro. Margret, la madre. Lena, la figlia maggiore, Gustav e Jakob, i figli. Jettchen e Florinchen le loro future mogli. Gli scherzi del destino rischiano di distruggere questa famiglia, ma questa è una storia di coraggio e di fiducia nel futuro. Decine di migliaia di tedeschi, schiacciati da carestie, povertà e dall’autoritarismo dei governi, emigrano in America del Sud. “Una sorte migliore della morte si può trovare ovunque”. Jakob Simon, il figlio più piccolo, legge tutti i libri che riesce a procurarsi, studia le lingue degli indiani dell’Amazzonia. Sogna un mondo migliore, pieno di avventure, di cambiamento e di libertà. Decide di emigrare. Il ritorno di suo fratello Gustav dal servizio militare prestato nell’esercito prussiano scatena una serie di eventi che mettono a dura prova l’amore di Jakob e sconvolgono la sua esistenza.

© Nikolai Eberth
© Nikolai Eberth

Samo dunque a metà Ottocento, quando, per l’estrema povertà e la miseria culturale della vita, la tentazione di emigrare dalla Germania rurale era più forte che mai. La meta più ambita, il Brasile. “L’altra Heimat. Cronaca di un sogno” (Die Andere Heimat – Chronik einer Sehnsucht), nasce da diversi mesi di ricerche condotte dal regista con Gert Heidenreich (che assieme a lui firma la sceneggiatura), per raccogliere storie di famiglie dell’Hunsrück, esaminando archivi e collezioni private e studiando, nel modo più autentico possibile, le vite dei contadini della Renania della metà dell’Ottocento. Mentre girava “Heimat 3”, Reitz ricevette la lettera di un’infermiera che lavorava in un ospedale di Porto Alegre. La donna lo aveva visto in un reportage televisivo brasiliano dedicato al cinema tedesco e, notando la sua somiglianza col Dottor Reitz, titolare della clinica in cui lavorava, si chiedeva se esistesse una parentela tra i due. Alcuni mesi più tardi la stessa infermiera fece avere al regista un libro dal titolo “Genealogia della famiglia Reitz in Brasile“, scritto dal sacerdote cattolico Raulino Reitz, che all’inizio degli anni ’60 aveva condotto alcune ricerche sulla sua famiglia in Brasile. Il volume fece scoprire al regista, che in effetti gli antenati della brasiliana famiglia Reitz erano originari del villaggio di Hirschfeld, a soli quindici chilometri da Morbach, suo paese natale.

© Christian Lüdeke
© Christian Lüdeke

Con queste informazioni ho cercato di trovare il giusto tono per parlare di questi movimenti emigratori”- afferma Reitz – “La mia ipotesi è che la conoscenza è stata radicalmente modificata dalla lettura. Anche il contadino dell’Hunsrück ora sapeva che la terra era rotonda, che esistevano altri climi e dei paesi dove i regimi di proprietà erano diversi. Queste nuove conoscenze sui popoli lontani hanno anche stimolato l’immaginazione della gente: si è visto diffondersi un immaginario caratterizzato dal romanticismo e l’idealizzazione del reale, che trovava le sue fonti nell’abbondante letteratura di viaggio. A questo si aggiungeva il fatto che il Brasile cercava di attirare gli emigranti. L’imperatore Dom Pedro II inviava le sue truppe di reclutatori in Europa, in particolare in Germania, nelle regioni in cui vivevano gli agricoltori che erano anche artigiani qualificati. Questi ultimi erano anche in grado di far fronte alle sfide della colonizzazione. Nell’Hunsrück vi erano molti piccoli proprietari agricoli indipendenti che faticavano a nutrirsi con la produzione delle loro fattorie e dovevano quindi fare un secondo lavoro. Erano contadini e al contempo calzolai, fornai, fabbri, maniscalchi, sellai, carrai o bottai. Questi contadini/artigiani erano i coloni perfetti di cui il Brasile aveva bisogno”.
Il discorso non può che legarsi all’attualità, come specifica ancora lo stesso regista: “Abbiamo difficoltà, oggi, a capire ciò che significa veramente l’emigrazione, dato che attualmente in Germania conosciamo solo l’altra faccia del problema. Siamo noi stessi diventati un paese di immigrazione. Vediamo arrivare a casa nostra una folla di persone originarie delle regioni più povere dell’Africa e dell’Asia, che cercano di costruire qui un a nuova vita. Lasciare il proprio mondo comporta una forza enorme. Tagliare il legame affettivo non solo con i propri cari ma anche con il paesaggio familiare e con tutte le proprie abitudini di vita è molto difficile, e non tutti ne sono capaci. Ma quando la partenza diventa un movimento di massa, tutti si rendono conto che questo legame è diventato più debole. Quel giorno, sono tutti in grado di dire semplicemente: «Anche io parto». Questo pensiero ha dato una direzione nuova al mio lavoro sul soggetto: Jakob Simon, un giovane contadino dell’Hunsrück che legge libri e si crea il proprio universo di sapere e di sogni. La prima stesura aveva come titolo IL PARADISO IN TESTA. In questo modo non volevo solo alludere ai sogni di Jakob, ma anche a quelle rappresentazioni di un mondo migliore che la lettura dei romanzi di avventura fa nascere nella sua mente”.

© Nikolai Eberth
© Nikolai Eberth

La realizzazione del film non è stata tra le più semplici. Innanzitutto, era fondamentale ricostruire accuratamente uno scenario che fosse storicamente realistico.
Un film storico è per la maggior parte del tempo un documento sul nostro modo attuale di considerare la storia. La maggior parte dei film sono delle falsificazioni”- afferma il regista – ”Si accontentano di trasporre le nostre angosce e i nostri desideri nell’apparato scenico di un’altra epoca. Arrivato a questo punto delle nostre riflessioni, decidemmo nell’agosto del 2011 di costruire lo scenario del villaggio di Schabbach nel villaggio di Gehlweiler e quindi di trasformare tutto il paese in scenario cinematografico. Il nostro scenografo Toni Gerg ci incoraggiò anche a costruire tutti gli interni presenti nella scenografia attraverso i suoi mezzi artistici artigianali. L’ambizione di Toni era di sfruttare la conoscenza intima delle tradizioni paesane e la maestria artigianale per ricreare tutti i dettagli, come solo la gente d’altri tempi avrebbe potuto fare”.
Stesso problema per ciò che riguarda i costumi. “Concepire i costumi era per noi una sfida vera e propria, dato che sapevamo perché la maggior parte dei film in costume fanno dubitare così frequentemente di tutta la fedeltà storica. Non esiste libro o corso di storia degli stili dove si possa imparare come si vestiva un abitante dell’Hunsrück nel 1840. Al massimo si possono ritrovare le mode e gli stili dei borghesi che vivevano in città. Ora, nella nostra storia non si tratta neanche di stili, bensì di lotte per la sopravvivenza. I vestiti dovevano resistere all’umidità e al freddo, dovevano proteggere e non dare fastidio durante il lavoro”.

© Christian Lüdeke
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La luce stessa deve ricreare l’atmosfera ottocentesca voluta dal regista. “Abbiamo lavorato spesso con pochissima illuminazione. Nessuna estetica dettata dalla macchina da presa doveva ricoprire le immagini e plasmarle; al contrario ogni cosa doveva nascere naturalmente dalla situazione. Era la base sulla quale ci eravamo messi d’accordo. Ci chiedevamo sempre: «Da dove viene la luce? Con quale illuminazione vive questa gente? Qual è la loro percezione della notte?»”

© Christian Lüdeke
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Per quanto riguarda il cast, il regista ammette che sia stato alquanto difficile trovare l’interprete giusto per il ruolo di Jakob. “La scelta dell’interprete per il ruolo di Jakob è ciò che ci ha richiesto gli sforzi maggiori: consigli di agenzie di casting, ricerche nelle scuole di teatro, appelli via internet e poi settimane di prove. Dopo diversi mesi di ricerche e prove ero quasi disperato, quando è apparso, quasi a sorpresa, Jan Schneider. Inizialmente non era stato convocato per il casting. Quel giorno eravamo tutti stanchi e un po’ scoraggiati, perché ancora una volta non avevamo trovato il nostro Jakob. Diedi a Jan – che si era presentato in modo assai maldestro – un estratto del diario di Jakob, lo feci venire davanti alla cinepresa e gli chiesi di recitare il ruolo dell’autore del diario: «Ora leggi questo e facci entrare nei tuoi pensieri». Abbiamo illuminato la scena con una candela mentre si chinava sul testo. E senza aspettarci granché abbiamo acceso la videocamera. Quando abbiamo visto il risultato sullo schermo due ore più tardi, gli assistenti, il produttore e persino io, ci siamo ammutoliti. Di tutti i candidati che avevamo provato fino a quel momento, lui era il primo che ascoltavamo mentre leggeva quel testo scritto in un tedesco arcaico”.
Schneider non era un attore professionista. Era iscritto al primo anno di medicina presso l’università di Magonza ed era andato al casting per curiosità, perchè gli interessava il film e, come spesso accade, proprio lui è stato scelto per il ruolo del sensibile Jakob.

© Christian Lüdeke
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In generale, a detta di Reitz, il lavoro con gli attori è stato lungo e ben elaborato. “Naturalmente ho dapprima percorso la strada abituale delle conversazioni con gli attori in merito ai loro ruoli. Ho cercato di entrare con loro nella biografia e nella psicologia dei ruoli. Dopo alcune letture di sceneggiatura, ho discusso in dettaglio con gli attori delle circostanze concrete della vita dei personaggi e di ciò che può succedere loro al di fuori delle scene mostrate nel film. Appartiene ai racconti epici seguire la vita intera dei personaggi. Abbiamo quindi cercato di entrare nel modo più profondo possibile in queste biografie fittizie, al punto che alla fine ci sembrava di conoscere meglio i personaggi dei nostri cari o dei nostri parenti nella vita reale. Ho potuto anche dare agli attori un’altra via d’accesso alla correttezza della loro recitazione. Vivevano nei luoghi delle riprese. Non ho autorizzato gli attori principali a prendere altri impegni lavorativi durante le nostre riprese. Tagliati fuori dalla loro vita privata, vivevano in alcuni appartamenti del paese, stavano a contatto ogni giorno con gli abitanti e avevano l’obbligo di imparare l’accento dell’Hunsrück. La preparazione del film, con tutti coloro che partecipavano alla produzione e che incontravano quotidianamente, esercitava anche un’influenza molto forte sugli attori. La vita privata e il lavoro si confondevano sempre di più. Alcune settimane prima dell’inizio delle riprese, gli attori sono stati chiamati col nome dei loro personaggi, anche – e soprattutto – dalla popolazione del villaggio”.

© Christian Lüdeke
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Di fatto, i personaggi del mio film non sono religiosi”- dichiara il regista- “Hanno delle tradizioni, dei crocefissi, dicono la benedizione, vanno in chiesa, rispettano le feste religiose. Ma gli elementi metafisici della storia, che mi emozionano veramente, hanno le loro radici altrove. Così trovo sempre importante, in un film, descrivere l’esistenza dell’anima delle persone e delle cose”.

© Christian Lüdeke
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Un altro geniale lavoro, dunque, per l’ideatore di una saga che ha dato vita ad ampi dibattiti. “Con i miei film voglio imparare a capire meglio la vita reale. Ciò che conta di più, per me, è l’osservazione esatta, la conoscenza degli uomini e dei loro comportamenti”. Le parole di Reitz sono quelle esatte per descrivere una pellicola che vede un mondo poverissimo raccontato con realismo, ma anche con poesia, precisione documentaristica e occhio visionario. “Di fatto, uno degli effetti di Die andere Heimat è forse quello di indurre il pubblico a fermarsi per un istante e a vivere il diverso ritmo che permetteva ai nostri antenati di sopravvivere. In fondo, potrebbe essere ancora quello il vero ritmo del nostro cuore”.

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