“Il caso Spotlight” e il giornalismo d’inchiesta

Antonella Cabras –

Oscar 2016 come Miglior film, distribuito dalla BiM Distribuzione, la pellicola racconta la storia vera di un’importante inchiesta giornalistica, premiata con il Premio Pulitzer che ha saputo far tremare il Vaticano stesso 

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La nuova pellicola di Tom McCarthy (candidato all’Oscar per la sua sceneggiatura originale del film di animazione “Up”), si è aggiudicata il premio più ambito, ossia l’Oscar 2016 come Miglior film e mai premio fu più meritato. La trama rimanda ad una storia vera e si sa che l’Academy riserva sempre un trattamento di riguardo ai film impegnati, ma quello di McCarthy è veramente ben fatto, col pregio di non essere mai morboso, cosa non facile visto che la tematica trattata riguarda i casi di abusi sessuali compiuti dai preti della diocesi di Boston. Uno dei produttori del film, Michael Sugar, quando è salito sul palco, accompagnato dal cast e dalla troupe, per ritirare il premio Oscar, ha voluto dedicare la vittoria alle vittime di abusi le quali non potranno mai riavere indietro ciò che hanno perso ma hanno meritato appieno il diritto a denunciare i crimini che hanno subito.

Il caso Spotlight” racconta la storia del team di giornalisti investigativi del Boston Globe soprannominato Spotlight, che nel 2002 ha sconvolto la città con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali, in un’inchiesta premiata col Premio Pulitzer. Quando il neodirettore Marty Baron (Liev Schreiber) arriva da Miami per dirigere il Globe nell’estate del 2001, per prima cosa incarica il team Spotlight di indagare sulla notizia di cronaca di un prete locale accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di trent’anni. Consapevoli dei rischi cui vanno incontro mettendosi contro un’istituzione com la Chiesa Cattolica a Boston, il caporedattore del team Spotlight, Walter “Robby” Robinson (Michael Keaton), i cronisti Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Michael Rezendes (Mark Ruffalo) e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll (Brian d’Arcy James) cominciano a indagare sul caso. Via via che i giornalisti del team di Robinson parlano con l’avvocato delle vittime, Mitchell Garabedian (Stanley Tucci), intervistando adulti molestati da piccoli e cercano di accedere agli atti giudiziari secretati, emerge con sempre maggiore evidenza che l’insabbiamento dei casi di abuso è sistematico e che il fenomeno è molto più grave ed esteso di quanto si potesse immaginare. Nonostante la strenua resistenza degli alti funzionari ecclesiastici, tra cui l’arcivescovo di Boston, Cardinale Law (Len Cariou), nel 2002 il Globe pubblica le sue rivelazioni in un dossier che farà scalpore aprendo la strada ad analoghe rivelazioni in oltre 200 diverse città del mondo.

McCarthy si è sentito subito attratto da questa vicenda, a diversi livelli. “Prima di tutto, trovavo interessante l’idea di questo estraneo, Marty Baron, che arriva da Miami al Boston Globe, e nel suo primo giorno da direttore propone ai suoi giornalisti di indagare sul coinvolgimento della Chiesa Cattolica nei casi di abusi sessuali. Un’iniziativa piuttosto audace”. Il regista ha trasferito nel film anche un po’ della sua esperienza personale. “Ho ricevuto un’educazione cattolica e quindi ho grande comprensione, ammirazione e rispetto per la Chiesa come istituzione”, spiega. “Questo film non è un attacco alla Chiesa, ma il tentativo di rispondere alla domanda: ‘Come mai succedono queste cose?’.

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Nel film, il capo del gruppo investigativo del Globe, Walter “Robby” Robinson, è interpretato da Michael Keaton, candidato all’Oscar per il suo ruolo nel film del 2014 “Birdman (o L’inaspettata virtù dell’ignoranza)”.

A seguire, oltre a Keaton, vi è un nutrito cast di attori che si sono prestati magistralmente ad interpretare i giornalisti che hanno smascherato vicende orribili. A lavorare sotto la direzione di Robinson c’è il giornalista di punta Mike Rezendes, interpretato da Mark Ruffalo. L’attore (candidato all’Oscar nella categoria miglior attore non protagonista), ha ricevuto la sceneggiatura di “Il caso Spotlight” un venerdì. L’ha letta la sera, e il giorno dopo ha accettato la parte. “Ho capito immediatamente che sarebbe stato un film importante”, ricorda Ruffalo. “Ci sono film che fai per gli altri, e film che fai per te stesso. È terribile che ci siano così tante persone ferite in modo così brutale e spietato da un’istituzione che non avrebbe dovuto permetterlo”.
Mark ha una straordinaria capacità di trasformarsi completamente, a seconda del personaggio che interpreta”, ha osservato McCarthy.

La giornalista interpretata da Rachel McAdams, (candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonsita), Sacha Pfeiffer, si occupa di intervistare le vittime degli abusi del clero. “Sacha è un tipo sveglio”, dice la McAdams, “Lei ed io abbiamo cominciato a comunicare via email, poi siamo passate al telefono e alla fine ho preso un treno da New York a Boston e ho trascorso un pomeriggio con lei e suo marito”, ricorda l’attrice.

Liev Schreiber interpreta il neo-direttore del Boston Globe, Marty Baron, con una pacata fermezza che Singer, il co-sceneggiatore, aveva colto documentandosi sulla vicenda. “Quando ho intervistato Marty a Washington, aveva un post-it in ufficio con la scritta “Non sono un tipo accomodante”. A Marty non importa se deve pestare i piedi a qualcuno. Il suo lavoro è dare la notizia”.

Oltre al team di giornalisti, una figura chiave dell’inchiesta è quella dell’avvocato Mitchell Garabedian, interpretato da Stanley Tucci, che fornisce informazioni preziose ai cronisti del team Spotlight. “È un uomo dai modi bruschi, che ha una sola missione ormai: dare giustizia a centinaia di persone”, spiega Tucci. L’attore non ha mai incontrato di persona l’avvocato, ma ha studiato ore di filmati televisivi di conferenze stampa e altri materiali. “Se si pensa alle storie che deve avere ascoltato Garabedian, raccontate da bambini e da anziani abusati quando avevano appena sei o sette anni, è facile immaginare che ne sia rimasto segnato. Eppure, è instancabile”.

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La passione degli attori, del regista, degli sceneggiatori e dei produttori ha fatto si che il film risultasse veritiero e assolutamente sincero. Nel corso della vicenda non si rimarca in modo pesante sugli abusi. Certo, se ne parla e ci sono dei momenti in cui lo spettatore vacilla di fronte alle rivelazioni degli abusati (o meglio, dei sopravvissuti, perché non tutti hanno retto ai traumi subiti), ma viene sottolineato soprattutto lo straordinario lavoro di squadra compiuto dai giornalisti che con dedizione si sono dedicati anima e corpo alla vicenda. “Il caso Spotlight offre uno splendido esempio dei risultati che possono ottenere dei giornalisti di razza”, aggiunge McCarthy. “Voglio ricordare al pubblico quanto sia fondamentale questo tipo di giornalismo, perché per me quei giornalisti sono dei veri eroi”.

Il film è ancora presente nelle sale italiane e il consiglio è di correre al cinema se ancora non siete andati a vedere questo gioiello. “So che ci sono cose che non puoi dirmi. Ma so anche che ci sono storie che la gente deve sentire”.

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