Il corpo di Regina

Daniele Licata –

All’indomani della retrospettiva al PAC di Milano, ritratto di Regina José Galindo. La performance come strumento di denuncia del potere e celebrazione della vita

Piedra, 2013 San Paolo, Brasile Foto di Julio Pantoja / Marlene Ramirez-Cancio  Commissionato e prodotto da Octavo Encuentro Hemisférico del Centro de Estudios de Arte y Política.  Courtesy dell'Artista e PrometeoGallery
Piedra, 2013
San Paolo, Brasile
Foto di Julio Pantoja / Marlene Ramirez-Cancio
Commissionato e prodotto da Octavo Encuentro Hemisférico del Centro de Estudios de Arte y Política.
Courtesy dell’Artista e PrometeoGallery

Estoy viva, sono viva. Un’affermazione, una presa di coscienza, forse un urlo liberatorio al termine dell’ennesima performance ai limiti di ogni resistenza psicofisica. È bello e calzante il titolo della prima retrospettiva italiana dedicata a Regina José Galindo (Guatemala City, 1974), Leone d’Oro alla 51esima Biennale di Venezia come miglior artista under 35 e figura di spicco del pulsante magma creativo sudamericano.
Dal 25 marzo all’8 giugno scorso il PAC di Milano ha ospitato non una mostra, ma un vero e proprio percorso emozionale curato da Diego Sileo ed Eugenio Viola; articolato in cinque macrosezioni (Politica, Donna, Violenza, Organico e Morte), il lavoro di Galindo – dalle prime azioni negli anni Novanta sino alla produzione più recente – è stato narrato attraverso video e fotografie, disegni e sculture. Protagonista è sempre il corpo minuto dell’artista, spesso nudo, umiliato, ferito, costretto, coinvolto in performance che richiamano l’Azionismo Viennese.

Alud, 2011 Salonicco Performance Festival  III Biennale d'Arte Contemporanea di Salonicco, Grecia  Courtesy dell'Artista e PrometeoGallery
Alud, 2011
Salonicco Performance Festival
III Biennale d’Arte Contemporanea di Salonicco, Grecia
Courtesy dell’Artista e PrometeoGallery

Regina José Galindo nasce e cresce in Guatemala, paese segnato da anni di dittatura e sanguinose guerre civili: proprio di quel sangue si macchiano le membra della performer, proprio quell’orrore e quelle ingiustizie si incidono sulla pelle nuda. L’intento è quello di valicare la mera nozione di gender (etichetta che la stessa Galindo rifiuta) per indagare altresì gli strumenti del potere e della repressione, le conseguenze che essi hanno sulle persone: il corpo è depositario di una memoria personale e collettiva al tempo stesso. Non a caso la retrospettiva si apre con La verdad (2013), videoproiezione di una recente performance in cui l’artista, per un’ora, legge le testimonianze di sopravvissuti al conflitto armato; nel mentre, un dentista le anestetizza la bocca, imponendo un silenzio simbolico. Durante un reading sempre più sofferto, le parole prendono forma e si materializzano davanti ai nostri occhi, divengono mostri, spettri di un passato e di una verità che implorano di non essere dimenticati né zittiti.

Caminos, 2013 Concepción 41  Antigua Guatemala, Guatemala  Foto di Jorge Linares / David Pérez  Courtesy dell'Artista e PrometeoGallery
Caminos, 2013
Concepción 41
Antigua Guatemala, Guatemala
Foto di Jorge Linares / David Pérez
Courtesy dell’Artista e PrometeoGallery

Estoy Viva è il ritratto di una corporeità sfaccettata, sofferente eppur fiera, colta da più angolazioni per offrire uno sguardo sulla realtà sincero, completo, che non concede sconti. In El peso de la sangre (2004) Galindo siede nella Plaza Central di Guatemala City e si fa colare addosso, secondo le modalità della tortura cinese, un litro di sangue umano. In Perra (2005) incide con un coltello la parola “cagna” sulla propria coscia, evocando le umiliazioni inflitte dai militari alle donne durante gli scontri armati. In Piedra (2013) il corpo (rannicchiato a terra e rivestito di uno strato di carbone) diventa pietra, confondendosi con la pavimentazione del cortile del Centro de Estudios de Arte y Política a São Paulo, Brasile. Nel corso dell’umiliante trasformazione da soggetto in oggetto, sulla schiena di Galindo lo spettatore arriva persino a urinare. Eppure non c’è traccia di sofferenza alcuna, solo la volontà di esserci. Fino in fondo. Con ogni singolo arto, anche nelle situazioni più estreme, Regina è presente. È viva.

Ma non c’è niente di meglio delle parole dell’artista stessa, per comprendere la sua arte

Sono viva
Inspiro
Espiro
Creo
Distruggo
Amo
Odio
Mastico
Defeco
Dormo
Sono sveglia
Alla fine di ogni oscurità
Resto sempre sveglia

Non importa quel che ti succede
quanto soffri o quanto dolore ti porta la vita:
sei vivo e questo è sufficiente.
Regina José Galindo

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