Il maestro Loach torna al cinema con “Io, Daniel Blake”

Antonella Cabras –

Dal 21 ottobre arriva nei cinema italiani l’ultima fatica di Ken Loach, distribuita da Cinema, che racconta di disoccupazione e crisi

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L’inferno al giorno d’oggi non è fatto di mostri né creature sovrannaturali, semmai di cose molto concrete come iter burocratici, moduli da compilare online, impiegati poco sensibili e la paura di non riuscire ad arrivare a fine mese.
Vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes di quest’anno, “Io, Daniel Blake” si propone di farci fare un giro nelle giornate di un disoccupato inglese alla ricerca di un po’ di dignità. Sempre attento alle situazioni sociali, stavolta Ken Loach racconta una storia nella quale purtroppo molti si possono rivedere in ogni parte del mondo.

Il cinquantanovenne Daniel Blake (Dave Johns) di Newcastle fa il falegname da sempre. Per la prima volta nella sua vita, però, ha bisogno dell’aiuto dello Stato. Daniel conosce Katie (Hayley Squires), madre single con due bambini piccoli, Daisy e Dylan. Per Katie, l’unica possibilità di sfuggire alla vita in una camera di un ostello londinese per senzatetto è quella di accettare un appartamento in una città che non conosce, a cinquecento chilometri di distanza da Londra. Daniel e Katie si trovano in una terra di nessuno, prigionieri del soffocante sistema burocratico che caratterizza il sistema sociale inglese. A tutto ciò sottende la retorica tipica dell’Inghilterra contemporanea, che vuole la popolazione divisa in chi lavora duro e chi sfrutta i sussidi statali pur di non lavorare.

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I nuovi poveri: ecco come sono denominati coloro che hanno perso il lavoro dopo anni di occupazione o chi si ritrova con famiglia a carico e (pochi) sussidi dallo Stato.
Loach compie una sorta di denuncia sociale, puntando ad esempio sui dialoghi tra il protagonista Daniel e un impiegato ottuso che non si preoccupa del fatto che il suo interlocutore sappia o meno usare il computer. La burocrazia esige certi passaggi e bisogna seguire tutto alla lettera.

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Chiunque può rivedersi in Daniel o Kate. Sono personaggi inventati ma realistici, intrappolati in un sistema che non capiscono e soprattutto che non capisce le loro esigenze e i loro bisogni.

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La pellicola di Loach non è però del tutto negativa, quello che forse il regista cerca di far emergere è la necessità dell’aiuto reciproco, quel concetto di solidarietà che è andato perso tra mucchi di scartoffie e la lotta a chi possiede di più.
Il regista cerca di darci il ritratto di una società che appare egoista e insensibile, ma d’altra parte non manca di evocare la speranza: “Io, Daniel Blake” è una perla e piacerà non sono agli estimatori di Ken Loach ma anche a chi vorrà dare uno sguardo all’attualità e ragionare sulla piega che sta prendendo il nostro mondo.

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