Kandinsky, lo sciamano dell’Arca

Daniele Licata –

Salutata da un grande successo di pubblico e critica, si è conclusa ieri la mostra vercellese dedicata al padre dell’Astrattismo, che ha messo in luce gli aspetti più “spirituali” della sua arte

Wassily Kandinsky Improvvisazione 1913 Primorskaya State Picture Gallery, Vladivostock © Wassily Kandinsky, by SIAE 2014
Wassily Kandinsky
Improvvisazione
1913
Primorskaya State Picture Gallery, Vladivostock
© Wassily Kandinsky, by SIAE 2014

La figura dell’artista-sciamano non è nuova a Vercelli e in particolare ad Arca, elegante spazio espositivo che tra il 2007 e il 2013 ha esposto, in sei mostre di successo, i pezzi forti della Fondazione Guggenheim di Venezia. Nel 2008, infatti, “Peggy e la nuova pittura americana ha portato per la prima volta in città l’arte di Jackson Pollock, che con il dripping reinventa l’atto del dipingere: corpo e mente, coinvolti in un rito quasi magico, conducono all’espressione visibile di un mondo interiore articolato, spesso indecifrabile.

Concluso il sodalizio veneziano, Arca ha proposto dal 28 marzo al 6 luglio scorso “Kandinsky, l’artista come sciamano: ventidue capolavori del maestro dell’Astrattismo realizzati tra il 1901 e il 1920, otto tele di esponenti di spicco dell’avanguardia russa e una selezione di oggetti rituali delle tradizioni polari e sciamaniche. Curato da Eugenia Petrova, direttore aggiunto del Museo di Stato Russo di San Pietroburgo (dal quale proviene la maggior parte delle opere esposte), il percorso ha rivelato al pubblico un Kandinsky inedito, distante anni luce dalle composizioni geometriche che l’hanno reso celebre e che abbiamo potuto ammirare a Milano la scorsa primavera.

Wassily Kandinsky, Composizione su bianco, 1920, Museo Russo di Stato, San Pietroburgo / © Wassily Kandinsky, by SIAE 2014
Wassily Kandinsky, Composizione su bianco, 1920, Museo Russo di Stato, San Pietroburgo / © Wassily Kandinsky, by SIAE 2014

L’attenzione è puntata sul lungo e profondo viaggio che Kandinsky, all’alba del secolo scorso e al termine degli studi in legge, conduce in Siberia, per studiare le popolazioni della Vologda. Nelle izbe contadine, il giovane etnologo, è rapito dagli oggetti d’uso domestico, i cui decori fiammeggianti contrastano col clima rigido, e soprattutto gli danno l’impressione di essere proiettato all’interno di un dipinto. Nasce in questo frangente l’amore di Kandinsky per la pittura, attività alla quale inizia a dedicarsi con passione e devozione pressoché totali.
Arca ha esposto i primi lavori ispirati ai fauves, al postimpressionismo, al simbolismo: paesaggi dalla gamma cromatica ricchissima, nei quali lo sguardo verso il reale si accompagna a una progressiva smaterializzazione delle forme, e a un uso “emozionale” del colore che lascia presagire le successive sperimentazioni astratte. Emblematico, in tal senso, Muro rosso. Destino (1909), nel quale la cinta muraria che circonda il Cremlino divide simbolicamente i contadini russi – rappresentati secondo la tradizione figurativa – dalla città di Mosca, sintetizzata in un caleidoscopio di cupole tondeggianti e strutturalmente semplificate.

Durante le sue ricerche antropologiche in Siberia, l’artista rimane colpito dalla persistenza, presso i villaggi locali, di antichi usi e rituali sciamanici. Medico, guaritore e protettore dagli spiriti maligni, lo sciamano è una figura che l’autore de “Lo spirituale nell’arte sente subito affine e vede quasi come un alter ego. Alla mostra vercellese va riconosciuto il pregio di aver messo in luce queste poco conosciute connessioni, esplicando altresì come esse abbiano influenzato e arricchito il vocabolario kandinskiano. Ne è esempio il bastone sciamanico, collegamento tra mondo terreno ed immateriale, che compare ben presto sotto forma di linea stilizzata, irregolare, elemento decorativo irrinunciabile nella costruzione delle complesse visioni dell’artista.

Tamburo sciamanico con ongon Prima metà del XX secolo  Mongolia settentrionale  Legno, pelle Fondazione Sergio Poggianella, Rovereto
Tamburo sciamanico con ongon
Prima metà del XX secolo
Mongolia settentrionale
Legno, pelle
Fondazione Sergio Poggianella, Rovereto

Il tamburo, invece, percosso per favorire lo stato di trance necessario alla buona riuscita del rito, viene sintetizzato da Kandinsky in una forma bislunga e irregolare, presente in oli di rilievo quali “Macchia nera I (1912) e “Composizione su bianco (1920), che testimoniano la strutturazione di un Astrattismo più maturo e consapevole. Gli strumenti a percussione affascinano il pittore non solo per le fattezze originali (pregevoli i pezzi in mostra, prestito della Fondazione Poggianella di Rovereto), ma anche per la dimensione sonora evocata. Arnold Schönberg, “inventore” della dodecafonia ed amico intimo, ispira a Kandinsky un approccio all’arte musicale, nel quale i colori, sovrapponendosi come suoni, danno vita a “improvvisazioni” e “composizioni”, termini che l’artista prende in prestito proprio dal mondo delle sette note.

Wassily Kandinsky Macchia nera I 1912 Museo Russo di Stato, San Pietroburgo © Wassily Kandinsky, by SIAE 2014
Wassily Kandinsky
Macchia nera I
1912
Museo Russo di Stato, San Pietroburgo
© Wassily Kandinsky, by SIAE 2014

“Kandinsky, l’artista come sciamano” è proprio uno spartito nel quale forme e colori si susseguono ritmicamente. Viaggio rituale alla ricerca del segreto intimo della creazione artistica. “Il principio della necessità interiore è in sostanza l’unica regola immutabile dell’arte”, afferma il pittore nella citazione che conclude l’esposizione vercellese. Poche, significative parole che danno voce sia al grande padre dell’Astrattismo, sia al suo alter ego sciamanico, protagonista di questa piccola, preziosa mostra. Il rito è concluso.

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