L’odissea cecena vista da prospettive diverse in “The Search”

Antonella Cabras-

Esce oggi al cinema l’opera di Michel Hazanavicius distribuita dalla o1 Distribution. Un film che tratta un tema caldo da nuovi punti di vista

locandina-the-search-lowDopo “The Artist“, stupenda pellicola sul cinema muto totalmente girato in bianco e nero e vincitore di ben 5 Premi Oscar, tutti aspettavano Hazanavicius al varco e il regista ha deciso di ripresentarsi sulle scene con un altro film fuori dagli schemi, ossia “The Search“, presentato al Festival di Cannes. Dopo il film muto, ecco una pellicola umanitaria in quattro lingue e su una storia assolutamente contemporanea che si ispira al film “Odissea Tragica” di Fred Zinnemann.

Il film infatti, ambientato nel 1999, parla della seconda guerra cecena e racconta la storia di quattro persone, di quattro destini che il conflitto farà incrociare.  Fuggendo dal suo villaggio, dove i genitori sono stati massacrati, un ragazzino si unisce alla massa dei rifugiati. Incontra Carole, capo delegazione per l’Unione Europea, e lentamente, con il suo aiuto, tornerà alla vita. Nello stesso tempo Raïssa, la sorella maggiore, lo cerca disperatamente tra la folla dei civili in fuga. Poi c’è Kolia, un giovane russo di 20 anni, che si è appena arruolato nell’ esercito e che verrà travolto dalla quotidianità della guerra.

20Michel Hazanavicius, che del film è sia regista che sceneggiatore, racconta di come sia stato possibile narrare queste varie storie incredibili grazie al successo del suo film precedente. “Ho avuto voglia di girare un film sulla Cecenia, anche per confutare l’assurda teoria secondo la quale tutti i Ceceni sono terroristi. Non sapevo come approcciarmi a questo tipo di storia, ma avevo chiaro che non doveva passare per un film di guerra. Stavo ancora riflettendo quando Nicolas Saada mi ha fatto scoprire The Search di Fred Zinnemann (1948), un melodramma su un bambino uscito dai campi di concentramento che incontra un soldato americano tra le rovine di Berlino. Nello stesso tempo sua madre, anche lei sopravvissuta ai campi, lo cerca in tutta Europa. Un bel film che mi ha convinto che quello drammatico poteva essere un buon approccio“.

11Parlando di fonti, il regista cita modelli celebri, quali “Full Metal Jacket” di Kubrick per quanto riguarda la parte sulla guerra, sia “One Soldier’s War in Chechnya”, libro di Arkady Babchenko, che descrive la vita nella caserma di Mozdok con una reale capacità di analisi e un grande talento di scrittore e addirittura “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

16Una delle sfide principali era la combinazione tra la fiction e il realismo del film. In ogni caso il suo lato brutale“, afferma il regista. “La scelta di girare in ambienti reali, con attori non professionisti, rispettando la lingua di ogni personaggio, va chiaramente in questa direzione. Dal punto di vista puramente cinematografico, volevo un’immagine che fosse abbastanza grezza, ma dettagliata, volevo il contorno dei volti, rispettando la materia e la patina dell’ambiente in cui giravamo. Volevo una vera immagine cinematografica, ma che tenesse conto della rappresentazione che noi ci facciamo di questa guerra: le immagini grigie e slavate dei telegiornali. La scelta di girare con la pellicola e non in digitale si è imposta fin dall’inizio. D’altro canto, per gli interni, ho chiesto a tutti i capi dipartimento di togliere tutto quello che sapeva troppo di cinema: luci troppo carine, sfondi troppo evidenti, pettinature troppo sofisticate, visi troppo truccati“.

9Il film narra di più storie parallele e anche questo ha rappresentato una bella sfida. “Ogni storia deve avere una coerenza concreta, deve essere logica – lo spettatore ne ha bisogno – e l’insieme deve avere una coerenza emotiva. Esistono delle corrispondenze tra le diverse storie di The Search, che spero siano forti, in termini di tema e sviluppo. Il percorso del bambino, ad esempio, è l’opposto di quello del soldato. L’uno passa dalla morte alla vita sociale, l’altro dalla vita sociale alla morte. Visivamente, Hadji passa da un mondo di macerie, polvere e rovine a qualcosa di più pulito. Kolia fa il percorso inverso e finisce nel caos e nella distruzione. Mentre scrivevo pensavo che il tema centrale sarebbe stato l’impegno. Poi si è imposto quello della testimonianza: chi racconta? Cosa significa per Hadji raccontare la sua storia? Quando succede un avvenimento, colui che racconta ha il potere. Far cambiare di mano il potere di raccontare, è questa la sfida profonda di The Search. Ho raccolto delle testimonianze che ho riscritto e fatto interpretare agli attori. Nel film ne restano tre e penso che diano credibilità all’insieme. Carole è presentata ascoltare una testimonianza per tre minuti. È un modo per stabilire l’essenziale sul personaggio: Carole non è protagonista degli avvenimenti, è là per registrarli“.

8Carole, interpretata da Bérénice Bejo (già protagonista di “The Artist” e moglie del regista), lavora per un’organizzazione non governativa e Hazanavicius ha voluto tanto mettere al centro una donna. Nel film del 1948 il protagonista era un uomo, ma il regista ha voluto fortemente cambiare il personaggio centrale. “Un motivo della trasformazione del personaggio da maschile in femminile è che in Cecenia le donne – le giornaliste, quelle che sono membri delle associazioni, le madri dei soldati russi… – sono state spesso più coraggiose degli uomini. Ho voluto che ci fossero vari confronti nel film: Russi/Ceceni, civili/soldati, bambini/ adulti, ma anche uomini/donne“.

1Nella pellicola viene mostrato un forte legame tra Carole e Hadji, un bambino ceceno (interpretato da Abdul Khalim Mamutsiev) e, come afferma il regista: “nel rapporto tra Carole e Hadji la questione che si pone è quella del ruolo degli occidentali. Quale deve essere il nostro atteggiamento, la nostra empatia? È complesso accettare il dolore degli altri. Hadji non parla la stessa lingua di Carole, non la conosce. Ho voluto che all’inizio Carole fosse riluttante, che chiudesse Hadji in una stanza, senza rendersi conto che ha nove anni, che ha appena perso i genitori… Trovo commoventi le persone che si comportano in modo disinteressato e mi piaceva che Carole fosse così, ma con una sorta di pudore eccessivo che le fa dire parole poco felici, come: «Tu, almeno, non hai problemi con la tua famiglia»“.

6Per quanto riguarda gli interpreti più giovani nei ruoli di Hadki e Kolia, Hazanavicius afferma che sono stati fatti provini a circa 400 bambini. “Dei 50 che ho visto io, Abdul-Khalim era il solo a esprimere veramente la paura, a piangere davvero, a non fare finta“, rivela. “Abdul-Khalim è un bambino sorprendente che ha quella facilità di recitare che tutti gli attori sognano, solo che poiché è un bambino non sa gestirla. È stato necessario a volte armarsi di tanta pazienza. Per quanto riguarda Kolia, mi avevano sempre parlato dei formidabili attori russi, ma visto il soggetto ho preferito iniziare la mia ricerca in Georgia e in Ucraina. Ma non ero convinto. Abbiamo organizzato un casting in Russia, precisando che il film non era a favore dei Russi. Gli attori si sono presentati assolutamente consapevoli. Ho visto un livello di recitazione eccezionale, in particolare in Maxim (Maxim Emelianov). Come la maggior parte degli attori russi, Maxim ha un rapporto diretto con il personaggio e la situazione, non c’è alcuna distanza. Kolia non ha chiesto niente a nessuno. È una vittima che poco a poco viene trasformata in carnefice. Volevo un attore che apparisse come un eroe, non un cattivo, qualcuno di cui si pensa che arriverà a ribellarsi. La suspense del personaggio viene da questo elemento. E inoltre ho avuto la fortuna che esiste una certa somiglianza fisica tra Maxim e Abdul-Khalim“.

4La giovane Zukhra Duishvili è Raïssa e di lei Hazanavicius dice: “Ha un volto che esprime forza, ma nello stesso tempo è un’adolescente, con tutti i dubbi e le debolezze tipiche di questa età. All’inizio volevo una ragazza un po’ più giovane, ma quando l’ho vista ho pensato che sarebbe stato interessante avere un personaggio più adulto, più forte. E poi lei aveva una motivazione particolare. Prima di scritturarla le ho chiesto – stupidamente – se le sarebbe piaciuto fare l’attrice e lei mi ha risposto no. Pensava che sarebbe stato doloroso, ma qualcuno doveva fare il film e lei voleva farlo. Aveva 17 anni… Sono rimasto colpito“.

10Annette Bening invece interpreta Helen, che dirige un orfanotrofio per i piccoli rifugiati e il regista ha parole entusiastiche anche per l’attrice: “Annette Bening si è documentata a fondo sulla Cecenia e sulla Georgia. È rimasta quindici giorni per le riprese ed era la prima volta che si allontanava così a lungo durante il periodo scolastico: Warren Beatty e lei hanno quattro figli. Annette rappresenta la sinistra americana. Ha dato al suo personaggio qualcosa che va oltre il ruolo, perché non è solo un’attrice di primo livello, è una star. Volendo attirare l’attenzione sulla posizione delle donne, sono stato felice di poterlo fare con lei“.

3Helen mi è sembrata diretta e molto realistica“, dichiara la Bening. “È con questo aspetto del personaggio che mi sono subito legata. Anche se è un personaggio secondario, Helen è una voce importante, secondo me, all’interno della storia che Michel Hazanavicius ha scelto di costruire per raccontare un conflitto così complesso come la seconda guerra cecena“.

19Un film atipico per il regista, che ha deciso di dare un taglio documentaristico alla sua pellicola, non volendola presentare né come un atto di accusa né come una sua personale opinione sul tema della guerra. “Ho pensato che due ore e mezza fossero una buona durata per parlare di un conflitto che nessuno conosce, da un punto di vista che nessuno, per quanto ne so, ha mai adottato, e con parecchie storie parallele” afferma ancora Hazanavicius “Ci sono parecchie storie parallele, e ci sono interessi divergenti. Come in questo caso. È un finale «ironico», non è tutto nero o tutto bianco. Eppure c’è una nota di speranza. Dopo due ore e mezza, a volte faticose, mi è sembrato che fosse il minimo. Ma dal punto di vista morale non potevo dare l’impressione che va tutto bene quello che finisce bene. La morale è che se bisogna scegliere tra il percorso di un carnefice e quello di un sopravvissuto, la vita sarà sempre dalla parte dei sopravvissuti“.

Un film impegnato, duro e controverso che si occupa di una guerra spesso ignorata, da un punto di vista completamente nuovo.

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