Melting pot

Redazione – Immagini Salvatore Pipia 

I diversi sud del mondo attraverso parole e immagini di un fotoreporter

Meltin Pot - Copertina

All’incrocio tra il diario di viaggio, la raccolta di storie e il dossier fotografico, sospeso tra confessione biografica e digressione a margine di ogni scatto, a tratti persino quaderno etnografico”.

In queste poche righe Emilio Vergani, nella sua prefazione, coglie l’essenza del volume “Melting pot“, da pochi giorni disponibile sugli store online nei formati Epub, Kindle e PDF in edizione bilingue italiano/inglese.
Un libro unico nel suo genere che raccoglie 12 racconti del fotografo Salvatore Pipia e 12 fotografie ad illustrarli, dando vita a un legame forte tra la percezione del lettore e la potenza della visione.

Per conoscere meglio quest’opera (cui parte dei proventi saranno devoluti al Gruppo Aleimar Onlus), abbiamo incontrato proprio l’autore e fotografo, Salvatore Pipia che ci ha parlato della sua esperienza.

Che cos’è per te la fotografia?
La fotografia è senz’altro uno dei più immediati mezzi di comunicazione. Con essa possiamo produrre immagini incredibili, a volte per la loro apparente aderenza alla realtà, a volte per la loro trascendenza surreale. In ogni caso, una bella foto può regalare allo spettatore emozioni fortissime e permette al fotografo di raccontare, in qualche modo, se stesso. Il reportage, in particolare, è un’arte di comunicazione diversa, perché viene concepita dopo: il fotografo non sa mai quello che tirerà fuori dai suoi servizi. Solo una severa selezione, in seguito, gli consentirà di rappresentare le proprie emozioni. Nessun fotografo di reportage produce immagini simili a quelle di altri fotografi. Ognuno sceglie angolazioni e punti di vista diversi in relazione alla propria esperienza emotiva e alla propria cultura ed il miracolo, sta nel fatto che questo avvenga nell’infinitesimo istante dello scatto. Personalmente, mi sorprendo sempre del materiale che ritrovo nei miei provini”.

il booktrailer di Melting pot

Cosa vuol dire seguire una ONG come fotografo?
Ho la fortuna di lavorare in delle ONG nella doppia veste di fotografo e animatore. Sono stato inviato all’estero per trasmettere a educatori e ragazzi di altre parti del mondo l’esperienza che avevo maturato lavorando con i ragazzi cosiddetti a rischio di coinvolgimento nelle attività criminose, dei quartieri più difficili di Palermo, nelle carceri minorili e per le strade. Questa duplice prospettiva, mi ha permesso di assorbire con più facilità le culture “altre” che incontravo, e di cui conoscevo pochissimo. Lo stare con i ragazzi, il giocare con loro, mi ha dato l’opportunità di condividere eventi ed emozioni speciali. Sono stato sempre parte del gruppo e questo mi ha aiutato a non giudicare, a percepire le loro diversità con meno pregiudizi. Non sono un idealista e non credo che l’operato delle ONG possa cambiare il mondo. Certamente, però, può aiutare molte persone del luogo d’intervento a prendere coscienza, a confrontarsi con culture diverse e a imparare o raffinare nuovi metodi di comunicazione. A sperare in un altro futuro e a combattere per ottenerlo”.

Hai fatto molti viaggi, ma qual è il paese che più ti ha colpito?
Senza dubbio, il paese che più ha condizionato il mio modo di operare con altre culture, è il Guatemala. Ero alla mia prima missione all’estero, nel lontano 1995, al mio primo viaggio fuori dall’Europa. Mi ritrovai catapultato in un mondo magico, diversissimo dal mio, dove ogni cosa era incredibilmente diversa. Per me tutto era attraente, invece, per i miei allievi fotografi era tutto banale. All’inizio non riuscivano a percepire l’eccezionalità della loro quotidianità. Spesso ritornavano dalle campagne fotografiche, soddisfatti di aver fotografato una grossa moto sportiva o un’automobile di lusso. Non si accorgevano che loro, con i preziosi e coloratissimi costumi che indossavano, potevano essere oggetto d’interesse fotografico. Alla fine mi ringraziarono per averli aiutati a guardarsi attorno in maniera diversa.
Il mio cuore, però l’ho lasciato in Mozambico. É lì che ho ritrovato il passato che avevo sentito raccontare dai miei antenati: i vicoli sporchi, la miseria, la mancanza d’igiene, di luce e di acqua. Tutte le cose che mi avevano raccontato i miei nonni, durante la mia infanzia, adesso si erano concretizzate. Mi ritrovavo a viverle in un paese lontano, che usciva faticosamente da una lunghissima guerra civile. Ho amato quel paese e la sua gente!

Immagine tratta dal libro Melting pot, per il racconto "I battelli sul Dubai Creek".  Dubai, Emirati Arabi.  © Salvatore Pipia / Realy Easy Star
Immagine tratta dal libro Melting pot, per il racconto “I battelli sul Dubai Creek”. Dubai, Emirati Arabi.
© Salvatore Pipia / Realy Easy Star

Perché Melting pot e a chi ti rivolgi?
Melting pot è l’espressione che si usa per indicare l’amalgama, all’interno di una società umana. Quel crogiolo di razze, tradizioni e culture che, sempre di più, interessano le scene urbane delle nostre città e, dunque, delle nostre vite. Nelle situazioni che racconto, di certo si scontrano e si amalgamano sentimenti ed esperienze contrastanti e diversissime.
Sentivo da tempo l’esigenza di raccontare piccoli aneddoti legati allo scatto di alcune fotografie, proprio perché ogni immagine è il frutto di un’esperienza complessa, un’alchimia speciale nata dall’incontro emotivo fra me e il soggetto fotografato. L’intento è quello di rendere il lettore partecipe con gli occhi e con la mente”.

Nel libro ci sono 12 storie di vita vissuta e 12 immagini ad accompagnarle, che cosa accomuna queste diverse esperienze?
Come ben descrive l’amico Emilio Vergani nella prefazione del libro, ciò che accomuna le 12 storie e le 12 immagini è la meraviglia di trovarsi in qualsiasi parte del mondo, pur riscoprendo, nei differenti luoghi, temi, affetti ed emozioni riconoscibili. É la consapevolezza che siamo parte del mondo e non ci è dato di sapere perché siamo nati in un posto anziché in un altro”.

Istituto Penale Minorile Malaspina, Palermo. Immagine tratta da Melting pot per il racconto "Ris-Volti".  © Salvatore Pipia / Realy Easy Star
Istituto Penale Minorile Malaspina, Palermo. Immagine tratta da Melting pot per il racconto “Ris-Volti”. © Salvatore Pipia / Realy Easy Star

Melting pot darà parte dei suoi ricavati al Gruppo Aleimar Onlus. Di cosa si occupano e perché hai scelto proprio loro?
Il gruppo Aleimar onlus è una ONG che interviene con progetti di assistenza e formazione in vari Paesi del mondo, a favore dei più deboli, che in genere sono le donne ed i bambini.
Con questa associazione ho fatto il mio ultimo viaggio nell’Africa subsahariana, in Benin (l’ex Dahomey). Mi ha molto colpito, perché, pur essendo un Paese in assenza di conflitti, è comunque un Paese distrutto, con una concezione urbanistica assolutamente ancestrale, privo di scuole, piazze, monumenti. La vita sociale si svolge per lo più lungo le strade di collegamento e sembra non avere un’organizzazione concreta.
Un Paese piccolo e povero, ma intensamente sfruttato nei secolo scorsi, perché ideale porto di partenza per la deportazione degli schiavi in America. É il luogo in cui nasce la religione vudù, che tanto affascina l’interesse antropologico di noi occidentali, ma che tuttavia produce discriminazione e pregiudizi. Qui è anche per motivi religiosi, oltre che per la povertà, che i bambini, spesso vengono abbandonati dai genitori.

Ho constatato con mano il lavoro di Aleimar, che vuole aiutare questo e tanti altri Paesi a migliorarsi con piccole azioni: un orfanotrofio, una scuola, una nursery, e tante adozioni a distanza. Piccoli aiuti che non hanno la pretesa di cambiare una cultura per noi così differente, ma che certamente danno la speranza di una vita migliore ai singoli individui”.

Un libro fatto di storie provenienti dai tanti sud del mondo, che si prefigge l’obiettivo importante di raccontare, condividere e anche poter fisicamente aiutare, grazie al suo stesso acquisto. 

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