Most Beautiful Island, la recensione – Speciale Torino Film Festival

Federica Spagone –

Leggi la recensione dell’opera prima di Ana Asensio e scopri tutto sul film proiettato alla 35° edizione del Torino Film Festival 
Sospeso tra thriller psicologico, dramma e film di denuncia sociale, Most Beautiful Island racconta la storia di Luciana, una giovane donna spagnola immigrata a New York, con alle spalle un lutto che non ha ancora superato e che forse non riuscirà mai a superare: la perdita di sua figlia.
Lo spettatore, dopo una caotica panoramica della Grande Mela dal volto multiculturale, si ritrova a osservare la giornata della protagonista (una storia tra le tante la sua, come proprio stanno a indicare i primi minuti di film).
La prima parte dell’opera si dipana tra lavori sottopagati, stressanti e decisamente poco gratificanti, un inizio di depressione e la mancanza completa di denaro anche per pagare le medicine, oltre che per mangiare e pagare l’affitto.
Una situazione, insomma, al limite del sopportabile che porta la protagonista ad accettare un lavoro molto ben pagato in un party, proposto da una collega, senza fare troppe domande su quale sarà il suo ruolo.
E così, da dramma sociale, il film si trasforma in thriller perché Luciana si ritroverà, vestita estremamente elegante, a scendere nello scantinato di un ristorante cinese dove le consegneranno una borsetta dal contenuto misterioso. Arrivata alla festa, ad accoglierla ci sarà un altro seminterrato e ad attendere con lei l’inizio di un gioco perverso, altre donne, altre immigrate. L’ultima metà del film diventa quindi adrenalinica con una costruzione perfetta della tensione.
Cosa attende Luciana dietro quella porta, dove uomini e donne altolocati sono stati accompagnati dopo aver visionato le ragazze? Perché la prima ragazza esce dalla stanza piangendo e la seconda non ne uscirà mai? Domande a cui il film risponde nei suoi ultimi dieci minuti e che hanno un impatto visivo decisamente delicato nella sua crudezza.Sono proprio i minuti nella stanza che daranno il senso all’opera. Proprio in questi momenti comprendiamo che la critica sociale intrinseca nel film sia rivolta a noi, spettatori inermi, decisamente disgustati all’inizio della narrazione, quando la donna si trova nella sua vasca da bagno con molti scarafaggi e morbosamente interessati a scoprire cosa, quella stessa donna, dovrà affrontare alla festa. Insomma, siamo noi, gli uomini e le donne in quella stanza, che pagano e applaudono per vedere lo show di Luciana.
L’opera prima di Ana Asensio, qui nelle vesti sia di regista che di attrice, si basa su fatti realmente accaduti (come recita la pellicola), e sembra proprio essere girata, con il suo bassissimo budget e le sue riprese grezze, per necessità, per esorcizzare un trauma. Un film asciutto, che non si perde in fronzoli e non ricama nulla, ma non lascia nulla al caso e che con i suoi soli 80′ minuti riesce a far parlare di sé, per ore, dopo la visione.

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