PRERAFFAELLITI, L’UTOPIA DELLA BELLEZZA: I TITOLI DI CODA

Matteo Tamborrino –

A pochissime ore dalla chiusura della mostra ospitata da Palazzo Chiablese, un ultimo sguardo sulle opere della Confraternita inglese

John Everett Millais, Ofelia (1851‐52) ©Tate, London 2014
John Everett Millais, Ofelia (1851‐52) ©Tate, London 2014

Il settanta è sempre stato considerato un numero magico. E settanta, forse non per caso, sono le superbe tele che – ancora per poco – Palazzo Chiablese custodirà. Sono solo alcuni dei capolavori della Confraternita dei Preraffaelliti, non-avanguardia di metà ‘800 che seppe intessere forti legami con le maggiori correnti estetiche del tempo, dal realismo all’estetismo, fino al simbolismo, e che ebbe un’enorme influenza sul cinema, sulla fotografia e sulla musica degli anni ’80 del ‘900, oltre che sulle arti figurative. Nel lontano 1848 tre giovani artisti e sodali, William Hunt, Gabriel Rossetti (che si autoproclamò in seguito Dante redivivo) e John Everett Millais, fondarono una società artistica, che si riuniva per discutere di pittura e di poesia, a cui si avvicinarono in seguito altri pittori “minori”, come Brown, Morris e Burne-Jones.

PRERAFFAELLITI - l'utopia della bellezza Palazzo Chiablese, Torino (part.) - Ph: Fabrizio Stipari // 24 Ore Cultura
PRERAFFAELLITI – l’utopia della bellezza
Palazzo Chiablese, Torino (part.) – Ph: Fabrizio Stipari // 24 Ore Cultura

Nonostante la scelta programmatica di rifarsi al cupo e gotico Medioevo e alla bellezza della pittura italiana quattrocentesca precedente a Raffaello, non è lecito ingabbiare l’arte preraffaellitica (così come l’arte in generale) in banali schematizzazioni e tipologie di genere: non c’è un solo tema o una sola influenza o una sola tecnica. La mostra è stata infatti saggiamente divisa in sezioni: dalla storia ai soggetti letterari (tutti trasposti in chiave inglese e capelli rossi), dalla vita moderna fatta di madri e meretrici ai minuziosi paesaggi “plurifocali” (in aperta polemica con le neonate tecniche fotografiche), dagli oli agli acquerelli, dalle vicende bibliche e religiose (ritrattate non tanto per la loro spiritualità, quanto più per il loro contenuto narrativo) alle bellezze lascive ed erotiche delle donne di Rossetti, che guardano al corposo Tiziano e all’arte veneta del XVI secolo, più che agli avi del Sanzio.

PRERAFFAELLITI - l'utopia della bellezza Palazzo Chiablese, Torino (part.) - Ph: Fabrizio Stipari // 24 Ore Cultura
PRERAFFAELLITI – l’utopia della bellezza
Palazzo Chiablese, Torino (part.) – Ph: Fabrizio Stipari // 24 Ore Cultura

Un compendio delle opere visibili al pubblico sarebbe inutile e riduttivo. Concentriamoci allora soltanto su una di esse. Spesso si indica come tela-icona della Confraternita (e come tale la ricorda Luca Beatrice nel video in mostra) l’Ofelia di Millais, realizzata nei primi anni ’50;  innegabili la sua bellezza spettrale e il suo splendore fitomorfo e arcuato. Tuttavia, anche un altro olio colpisce gli spettatori, in misura non forse maggiore, ma comunque diversa. Stiamo parlando della Proserpina di Dante Gabriel Rossetti, composta nel 1874. Anche in quest’opera avvertiamo un profumo di morte: Proserpina, figlia di Cerere, secondo il mito andò in sposa ad Ade, divenendo signora degli Inferi. In mano regge un melograno aperto, dono del suo sposo. E la tela si dice composta nel giorno di capodanno, ulteriore momento di passaggio, tra la morte del ’73 e la venuta al mondo del ’74. Le opere dei preraffaelliti, fin dagli albori, ritraggono la realtà con una perfezione e un’esattezza quasi ossessive, ma quei soggetti sono chiaramente allusioni simboliche, correlativi oggettivi, simulacri metaforici e misteriosi. E su tale aspetto insisteranno appunto soprattutto le opere finali degli anni ’70 e ’80.

Dante Gabriel Rossetti, Proserpina (1874) ©Tate, London 2014
Dante Gabriel Rossetti, Proserpina (1874) ©Tate, London 2014

Molte le donne-musa dei confratelli, soprattutto di Rossetti: Elizabeth Siddal, la sua bella Lizzy-Colomba-Beatrice, modella e pittrice morta suicida con una dose di laudano; la sorella del pittore, che presta le fattezze alla Vergine dell’Ecce ancilla domini; o ancora l’Alexa Wilding al centro dell’enigmatico Monna Vanna. Tra tutte queste bellezze fulve e diafane se ne staglia un’ultima, Jane Burden, moglie di William Morris, che presta appunto il proprio volto alla Proserpina rossettiana. La differenza più vistosa è il colore dei capelli: scuri, quasi ebano, che incorniciano il pallore dell’incarnato.  Sacrificato è lo sfondo: una luce quadrata si dissolve alle sue spalle. La figura femminile, insomma, occupa tutto lo spazio disponibile, fiera e sicura come una scultura michelangiolesca.

Dante Gabriel Rossetti, Monna Vanna (1866) ©Tate, London 2014
Dante Gabriel Rossetti, Monna Vanna (1866) ©Tate, London 2014

Nel video di presentazione, sempre Luca Beatrice ricorda che i Preraffaelliti «sono i primi veri citazionisti» della storia della pittura. E infatti, passeggiando fra le sale della mostra, non potranno sfuggire i fitti rimandi al ciclo arturiano, alle opere shakespeariane, ai quadri italiani, alle vicende bibliche. Questa interconnessione a lungo raggio è impreziosita dalle cornici: dorate, fulgide e spesso incise con frasi in littera moderna, cioè la medievale scrittura gotica. Stupisce? Assolutamente no. Anche in Proserpina abbiamo un rimando: precisamente un cartiglio, in alto a destra, in cui si legge:

Lungi è la luce che in su questo muro
Rifrange appena, un breve istante scorta
Del rio palazzo alla soprana porta.
Lungi quei fiori d’Enna, O lido oscuro,
Dal frutto tuo fatal che omai m’è duro.
Lungi quel cielo dal tartareo manto
Che qui mi cuopre: e lungi ahi lungi ahi quanto
Le notti che saràn dai dì che fùro!
Lungi da me mi sento; e ognor sognando
Cerco e ricerco, e resto ascoltatrice:
E qualche cuore a qualche anima dice,
(Di cui mi giunge il suon da quando in quando
Continuamente insieme sospirando, ) —
“Oimè per te, Proserpina infelice!”

PRERAFFAELLITI - l'utopia della bellezza Palazzo Chiablese, Torino, 18/04/2014. Ph: Fabrizio Stipari // 24 Ore Cultura
PRERAFFAELLITI – l’utopia della bellezza
Palazzo Chiablese, Torino (part.). Ph: Fabrizio Stipari // 24 Ore Cultura

Qualche nota finale sulla mostra. Ha ottenuto un innegabile successo: il prezzo onesto, l’ottimo assortimento e il sapiente lavoro di suddivisione e presentazione delle opere hanno sortito i propri effetti. Evocativi anche i colori stessi delle pareti, dal prugna al blu, ricordando in qualche modo i drappi vellutati del Risveglio di coscienza di Hunt e la veste notturna della Mariana di Millais. È tuttavia da riconoscere che, probabilmente per il carattere più elitario e meno popolare di questo movimento artistico (rispetto ad esempio a un Renoir o a un Degas, in mostra a Torino nei mesi passati), l’affluenza giovanile alla mostra del Chiablese è stata buona, ma non esagerata. Le opere in catalogo – forse inutile dirlo – arrivano dalla collezione del Tate e dopo un tour mondiale torneranno a casa loro, a Londra, dove verranno custodite in un’ala speciale del museo e da cui non usciranno per diversi anni. Insomma, affrettatevi: c’è ancora il weekend per non perdere questa sublime occasione! Avete tempo fino alle h.22,30 di domenica 13.

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