Scontri generazionali, religiosi e culturali in “Non sposate le mie figlie”

Antonella Cabras-

Esce oggi la divertente commedia francese che ha sbancato i botteghini in tutta Europa, conquistando oltre 12 milioni di spettatori solo in Francia. Distribuita da 01 Distribution, è pronta a far ridere, riflettendo, anche gli italiani

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L’ideatore di “Quasi amici” Philippe de Chauveron si mette dietro la macchina da presa per cimentarsi in un racconto sferzante e dissacrante sui valori famigliari dal titolo “Non sposate le mie figlie!” (in francese, il titolo è “Qu’est-ce qu’on a fait au Bon Dieu?che tradotto suonerebbe come “Che ti abbiamo fatto buon Dio?”). Un punto di vista ironico sulla società odierna: multirazziale, multiculturale, multireligiosa che non è esattamente apprezzata da tutti.

Claude e Marie Verneuil sono una tranquilla coppia borghese cattolica e conservatrice che ha allevato 4 figlie secondo i principi di tolleranza, integrazione e apertura che sono nei geni della cultura francese. Ma il destino li mette a dura prova – non una ma ben 4 volte! Il primo boccone amaro arriva infatti quando la loro primogenita decide di sposare un musulmano. Ma poi la seconda sceglie un ebreo e la terza un cinese. Ormai tutte le loro speranze di assistere ad un tradizionale matrimonio in chiesa vengono riposte sulla figlia minore che finalmente, grazie al Cielo, ha incontrato un bravo cattolico…di origini ivoriane!

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Il tema dell’incontro/scontro tra diverse culture e religioni è stato al centro di numerose produzioni cinematografiche. La più celebre è sicuramente “Indovina chi viene a cena?” film del 1967 con al centro Joanna, una ragazza borghese che si innamora di un medico afroamericano, interpretato da Sidney Poitier, con buona pace del padre della ragazza. Qui al posto di Spencer Tracy troviamo il signor Verneuil interpretato da Christian Clavier. L’attore descrive così il suo personaggio: “E’ un uomo della mia età, con le certezze che ha un uomo della mia età. È un individuo che ha le sue pecche, è un conservatore, ma si salva grazie a un’ironia mordace. Adoro i suoi difetti. Claude Verneuil ha i tipici problemi di un padre reale, ma ogni situazione è affrontata con leggerezza da Philippe de Chauveron, la cui scrittura è intessuta di empatia nei confronti di tutti i suoi personaggi in generale e del mio in particolare. Per un attore, un simile approccio equivale alla possibilità di divertirsi, di dare libero sfogo, persino di esplodere in certe scene, senza mai scivolare nel caricaturale”.

Il regista dà la sua opinione su Clavier, affermando: “è un attore di grande precisione, molto sottile ed intuitivo, che ha aggiunto qua e là il suo tocco personale. Inoltre è stato di grande supporto al cast, portando sempre una ventata di buon umore. Ha un modo di dire freddure abbastanza unico, tanto che le persone attorno a lui passano il tempo a chiedersi se sta scherzando o sta dicendo sul serio”.

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Per interpretare il ruolo di Marie Verneuil, il regista ha scelto fin da subito l’attrice Chantal Lauby. “È una madre gentile, sempre d’accordo con tutti perché le hanno insegnato a non sollevare questioni“, dichiara l’attrice. “È immancabilmente educata, dunque incassa le cose che non le fanno piacere e finisce con l’andare un po’ in depressione nel suo cantuccio. Marie Verneuil è un personaggio a cui ci si affeziona, sia per i suoi difetti sia per i suoi pregi”. La Lauby si è ritrovata catapultata su un set molto affollato, essendo il film una commedia corale: “Quando eravamo tutti e dieci, a volte sentivo Philippe che diceva tra sé e sé «bene, dobbiamo contenerli». Ogni tanto il nostro compito era di fargli venire un po’ i nervi. Era come avere a che fare con una colonia estiva”.

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Le quattro figlie Verneuil sono Frédérique Bel (“L’amore dura tre anni) che interpreta la figlia maggiore, spigliata, divertente e sexy. Julia Piaton (“Mince Alors”, “Profiling”), figlia della nota attrice, regista e umorista francese Charlotte de Turckheim, incarna a meraviglia il ruolo della donna ostentatamente borghese e nel film è sposata all’ebreo David. Mentre Emilie Caen (Ségolène) e Elodie Fontain (Laure), sono ancora poco note al pubblico ma sulle quali il regista ha deciso di puntare.

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Gli attori che ho scelto per interpretare i quattro generi, tutti di origine straniera, hanno in comune il desiderio di essere considerati francesi a pieno titolo. Per questo è emblematica la scena in cui cantano in coro La Marsigliese di fronte ad un orgoglioso e stupefatto padre Verneuil“, dichiara il regista sulla scelta dei mariti. “Medi Sadoun (Rachid) ha fatto il provino proprio sull’inno nazionale, e mi ha convinto subito. Di Ary Abittan (David) posso dire che è un misto tra George Clooney e Francis Blanche… è seducente e spassosissimo. Il ruolo del genero ebreo tunisino gli calzava a pennello. Poi c’è Frédéric Chau (Chao) che avevo visto nella trasmissione Jamel Comedy Club, apprezzando in quell’occasione la sua comicità. E infine Noom Diawara (Charles) che avevo visto in una commedia teatrale, scritta da lui, Amour sur place, ou à emporter, che metteva in scena proprio una coppia mista. Direi quattro generi affascinanti, per le quattro splendide figlie Verneuil”.

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Ovviamente vi sono da segnalare i genitori africani di Charles: Madeleine Koffi e André Koffi interpretati da Salimata Kamate e Pascal Nzozi. La difficoltà di integrazione non è una prerogativa dei soli coniugi Verneuil poiché anche il signor Koffi, ex militare intollerante e insofferente alla colonizzazione europea dell’Africa, è molto contrario all’unione tra suo figlio e una ragazza bianca.

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Philippe de Chauveron ha cercato di far spiccare ogni personaggio nella massa, assegnando ad ognuno i propri tempi comici. “Certamente il buon umore su questo set non è mancato, tanto che a volte ci sono arrivate lamentele da parte dei residenti per eccesso di ilarità. Tutto ciò ha fornito materiale per un lunghissimo making-of, di cui sono molto fiero”, afferma il regista, aggiungendo, “la commedia è un vettore meraviglioso per parlare in modo lieve anche delle cose più gravi. Non ho assolutamente voluto fare un film a tesi, perché le persone non hanno bisogno di gente che pensi al posto loro. L’unica tesi, se vogliamo trovarla, è quella del divertimento e di una convivenza tra culture che rappresenta il patrimonio di un paese”.
Una commedia sulla multietnicità, sull’integrazione e sulla tolleranza, tipiche dei geni della cultura francese, in un periodo storico in cui non si può non guardare a queste tematiche – più attuali che mai – con un occhio diverso e più attento. De Chauveron non potrebbe avere più ragione: quale modo migliore della leggerezza quando si desidera inoltrarsi in questioni piuttosto serie?

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