Viaggio tra gli ultimi in “Gli invisibili” con Richard Gere

Antonella Cabras-

Dal 15 giugno, anche gli italiani potranno scoprire il nuovo film distribuito dalla Lucky Red con protagonista un intenso Richard Gere

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Il film “Gli Invisibili” (il cui titolo originale è “Time out of mind” col significato di “tempi pazzi”), ha la sua genesi nel 2014 e quello stesso anno è stato presentato al Toronto International Film Festival, ricevendo ampi consensi, per poi essere distribuito negli Stati Uniti. Ora arriva anche in Italia e ve ne consigliamo la visione perché è un film molto intimista e nient’affatto retorico.

La vita di George sembra non avere più senso. Non avendo niente a cui aggrapparsi, vaga per le strade di una New York indifferente. Senza nessuno che lo ospiti, cerca rifugio al Bellevue Hospital, il maggior centro di accoglienza per senzatetto di Manhattan. L’ambiente del centro è duro e pieno di persone sole che vivono nella miseria. Ma quando George fa amicizia con un veterano del centro comincerà a riacquistare la speranza di poter ricostruire la propria vita…

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Richard Gere interpreta George, un uomo perso, che vaga senza una meta in una New York che lo ignora e non vuole guardare ciò che ognuno di noi potrebbe diventare: una persona sola, disperata, senza vie di fuga.
Per buona parte dell’inizio della pellicola, il protagonista si muove in un dedalo di vie caotiche, dove il traffico e le chiacchiere delle persone sono volutamente alzate al massimo volume come per creare un senso di estraneità dell’uomo e per sottolineare come egli sia anonimo agli occhi di tutti.

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Il regista Oren Moverman afferma: “E’ davvero una questione di prospettiva. Il punto è cosa scegli di ascoltare. Specialmente a New York, molte persone vivono la loro vita nello stesso momento. E ci sono situazioni drammatiche a diversi livelli. La tazza di caffè buttata via da qualcuno è per qualcun altro cibo tirato fuori dalla spazzatura. A New York puoi sperimentare e vedere le cose da prospettive molto diverse, se solo ne hai voglia”.

La telecamera è lo spettatore stesso, che assiste al peregrinare del protagonista e al suo toccare veramente il fondo. Gere dà un intenso e toccante ritratto di quest’uomo che forse ha commesso degli sbagli, forse è stato solo sfortunato, che ad un tratto si chiede “Sono forse diventato un sentatetto?” e lì arriva la disperazione e anche la consapevolezza di essere diventato invisibile agli occhi della società.

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Moverman e Richard Gere hanno visitato molti ricoveri per homeless e hanno parlato con chiunque fosse lì: guardie, custodi, gente senza lavoro, barboni e via dicendo. Il tutto è servito a dare alla sceneggiatura la giusta impronta di compassione ed empatia, ma attenzione, non c’è traccia di pietismo nella storia, tutt’altro. Lo spettatore si rattrista per la situazione di George ma non prova pietà per lui né lo giudica: assiste semplicemente alla sua caduta e (forse) risalita, ma riflette su come ognuno di noi potrebbe diventare, al contrario dei newyorchesi attorno a lui che camminano velocemente e passano oltre.

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Nel cast anche Ben Vereen veterano del centro che in un certo modo aiuta George e Jenna Malone nei panni della figlia del protagonista, una ragazza che ha sempre avuto problemi col padre e col quale non vorrebbe avere niente a che fare.

Il risultato è un viaggio emozionante nelle pieghe nascoste della società, o meglio, delle parti che non vogliamo vedere ma che esistono. Un film per riflettere e guardare le cose da un’altra prospettiva.

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