“Vizio di forma”, un noir psichedelico pronto a far ridere e riflettere

Antonella Cabras-

Gli schermi italiani sono pronti ad accogliere un altro strampalato e geniale film di Paul Thomas Anderson, distribuito dalla Warner Bros

 

posterVizio di forma” (titolo originale “Inherent Vice”) è il settimo film di Paul Thomas Anderson ed è tratto da una sua sceneggiatura basata sul romanzo omonimo di Thomas Pynchon (risalente al 2009 e in Italia pubblicato da Einaudi). A tal proposito, l’uscita del libro è stata alquanto singolare poiché il romanzo è stato preannunciato da un vero e proprio trailer anche su YouTube: un’automobile percorre le strade della costa californiana e una voce off recita un testo che non è tratto dal romanzo, ma che la Penguin Press rivela essere scritto dall’autore stesso.

INHERENT VICE
Il libro e il film sono ricchi di personaggi e troviamo surfisti, traffichini, tossici e rocker, uno strozzino assassino, un detective della LAPD, un musicista sax tenore che lavora in incognito ed una misteriosa entità conosciuta come Golden Fang, che potrebbe essere solo una manovra per eludere il fisco messa in piedi da alcuni dentisti… Il regista Anderson riesce a riunire un cast perfetto per dar vita ad una vicenda ingarbugliata come si conviene ad un noir.

La pellicola (2 nomination agli Oscar, per la migliore sceneggiatura non originale e per i migliori costumi), è ambientata a Los Angeles. Siamo nel finire degli anni Sessanta e Larry “Doc” Sportello è un investigatore privato tossicodipendente. Shasta, una sua ex, ha bisogno del suo aiuto: vuole evitare che il suo amante miliardiario venga internato dalla moglie e dall’amante di quest’ultima. Doc accetta di aiutarla, intraprendendo a sua insaputa un cammino che lo porta ad incontrare una serie di stravaganti personaggi e vivere bizzarre situazioni.

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Partendo dal titolo, in originale “Inherent Vice” indica un concetto leggermente diverso da quello della traduzione italiana. Come detto dalla suadente voce narrante (presente sia nel libro che nel film), nello specifico la voce di Sortilège (Joanna Newsom), vecchia amica di Doc, il “vizio innato” del titolo originale si riferisce a un concetto legale, un difetto intrinseco che può causare l’annullamento di un atto.

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Il protagonista della vicenda ,“Doc Sportello” è intepretato da Joaquin Phoenix, ormai abilissimo nel dar vita a personaggi surreali e perno di tutta la vicenda. Il suo personaggio è ironico e comico, si infila in situazioni impossibili e lo fa con la sua perenne e divertente goffaggine. Phoenix afferma che il suo è un personaggio ricco di sfumature e forse il lato che preferisce di Doc è quello sentimentale, ossia il suo attaccamento all’ex ragazza, Shasta. “L’effetto romantico è dovuto alla combinazione di più elementi” dichiara l’attore, “tra cui l’interpretazione di Katherine Waterston, che fa Shasta nel film e sopratutto la direzione di Paul e il modo in cui ha voluto costruire la storia. Di solito cerco personaggi che riconosco, che mi sembra di aver visto nel mondo reale e dunque sono dotati della stessa complessità di cui è fatta la vita”.

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L’illusorio oggetto d’amore di Doc è, per l’appunto, Shasta Fay Hepworth, intepretata da Katherine Waterston (“Michael Clayton,” “Boardwalk Empire”), una dolce ed enigmatica ragazza che ancora fa breccia nel cuore del protagonista. Shasta si rivolge al detective per indagare sulla scomparsa dell’imprenditore Mickey Wolfmann, interpretato da Eric Roberts e nel fare ciò Doc mette in luce un complotto che coinvolge FBI, nerboruti neonazisti e cliniche odontoiatriche che alimentano il mercato dell’eroina, mentre la sua vecchia nemesi Christian “Bigfoot” Bjornsen, rude poliziotto frustrato da irrealizzabili chimere attoriali, gli sta sempre col fiato sul collo. Bjornsen è interpretato da un magistrale Josh Brolin al quale sono affidati vari tempi comici con le sue avances verso Doc, che reagisce in maniera alquanto bizzarra.

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Ad affiancare questo cast già ricco, contribuiscono Reese Witherspoon nei panni della bella Penny Kimball, Benicio Del Toro che interpreta uno pseudo avvocato hippie e Owen Wilson alias Coy Harlingen, saxofonista scomparso nel nulla. Impagabile anche Martin Short nel ruolo, marginale eppure esplosivo, del dottor Rudy Blatnoyd.

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In generale, i personaggi di questa intricata vicenda non sono mai esattamente ciò che sembrano. Doc Sportello rivela un’anima candida e giustiziera sotto le vesti di un hippie sporco, trasandato e “strafumato”. C’è un senso di purezza in fondo a questa bestialità. Invisibile, impercettibile nel caos di una storia che procede in un eccedere di voci fuori campo, narratori onniscienti e flussi di coscienza.
Eppure, nonostante la trama sia alquanto ingarbugliata, è proprio nella sceneggiatura che risiede il punto di forza della pellicola e ad essa si mescola la perfetta messa in scena e una regia d’autore che si adatta al soggetto, lo manipola a piacere (soprattutto quello di chi guarda da fuori).

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A ciò contribuisce sicuramente l’ambientazione, ossia la Los Angeles degli anni ’70, importante per sottolineare l’eccesso che domina su tutto e forse anche un non tanto celato senso di cambiamento che pervade la società. “E’ il mio secondo film ambientato in quegli anni” dice Paul Thomas Anderson, che aveva già raccontato quel periodo storico, “eppure non sono particolarmente affascinato dagli anni Settanta, è il dopoguerra il mio periodo storico preferito“.
Le musiche del film sono di Jonny Greenwood dei Radiohead e creano un’atmosfera irreale, sospesa, pronta a lasciare spazio a una stagione più asciutta, pragmatica e meno sognante.

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La pellicola è insomma un cocktail di elementi dove il mistery si lega alla follia (demenziale, latente o naturale), in un turbinio veloce di immagini e sequenze. Il film è destabilizzante, capace di continuare a pizzicare anche dopo la visione, imperfetto ed intermittente, mancante ed avvolgente, allucinato e fatuo.

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