I quadri della shoah e l’arte della memoria

Matteo Tamborrino – 

In occasione della Giornata della Memoria, una breve rassegna di opere pittoriche dedicate al tema dell’olocausto e della persecuzione, per non dimenticare

Oggi ricorre il settantesimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, efferato lager nazista sito in Polonia, nei pressi della cittadina di Oswiecim. Una data simbolica, quella del 27 gennaio, scelta per ricordare tutte le vittime dell’olocausto e per non dimenticare mai ciò che è accaduto.

Nei suoi “Minima moralia, Theodor W. Adorno affermò che “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie” lasciando intendere che gli orrori di un periodo così sanguinoso avessero ucciso anche l’arte. Tuttavia, il bisogno di esprimere, di testimoniare, di tramandare non si è certo esaurito dopo quel lontano 27 gennaio del 1945, anzi, soprattutto nel campo letterario ci sono stati tantissimi e importantissimi esempi. Anche le arti figurative, che non così spesso vengono ricordate,  hanno assegnato a questo genocidio un ruolo fondamentale (per ovvie ragioni storiche), quasi archetipico: parlare di shoah significa parlare – in senso lato – di ogni situazione di violenza brutale e perversa, di intolleranza, di odio razziale. “I pittori dell’Olocausto – scriveva Roberto Malinici hanno tramandato immagini che ricordano la crudeltà e l’orrore del pregiudizio. Sono opere sacre. Vediamo allora più da vicino alcuni capolavori di quella che potremmo definire la “pittura della memoria”.

Marc Chagall, Crocifissione in giallo (1938-’42)

Il primo nome da citare è quello del grande Marc Chagall. Nato nell’odierna Bielorussia da una famiglia di ebrei chassidici, l’artista si stabilì a Parigi a partire dal 1915. Di lui ricordiamo la famosa “Crocifissione in giallo“, conclusa nel 1942, a cinque anni di distanza dalla “Crocifissione bianca” ed esposta (fino al 1° febbraio) a Milano. Ispirandosi al “Cristo giallo” di Gaugin e alla lunga tradizione del “Christus patiens”, Chagall rappresenta qui – in un’atmosfera da incubo, nella quale alcuni volti diventano blu e i cavalli appaiono destrieri della Morte – la persecuzione degli ebrei nell’Europa centrale ed orientale. La loro sofferenza viene rappresentata inserendo alcuni simboli tipicamente cristiani, così da creare un contesto di forte opposizione. Le case vanno a fuoco, domina la disperazione: è l’Apocalisse.

Felix Nussbaum, Autoritratto con carta di identità ebraica (1943) tratto dal volume FELIX NUSSBAUM Leben und Werk
Felix Nussbaum, Autoritratto con carta di identità ebraica (1943) 

Ricordiamo ora Felix Nussbaum, esponente dell’espressionismo tedesco. L’autore, deportato ad Auschwitz (dove trovò la morte) con l’ultimo convoglio partito dal Belgio, ci ha lasciato uno straordinario repertorio di testimonianze visive riguardo la propria persecuzione. I suoi autoritratti, eseguiti nei primissimi anni ’40, mostrano paura, sconcerto e disperazione. Fra questi, una delle rappresentazioni più geniali, spesso adottata come icona della shoah, è l’Autoritratto con carta di identità ebraica (1943): l’artista mostra allo spettatore, come se si trovasse di fronte ad un soldato nazista, il segno tangibile della segregazione. Sul suo volto la rassegnazione; una mano all’altezza del bavero, come per proteggersi; alle sue spalle il muro del ghetto, dei fumi pestilenziali e un albero spoglio, simbolo della decadenza morale e umana.

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David Olère, La stanza del forno (1945)”

David Olère, pittore nato a Varsavia e poi ritiratosi in Francia dopo la guerra, fu anch’egli internato nel complesso di Auschwitz, dove divenne membro del Sonderkommando, uno speciale gruppo di deportati (per lo più ebrei), obbligati a collaborare con le autorità nazionalsocialiste all’interno del lager. Olère sopravvisse a quella tragica esperienza e rappresentò poi le barbarie subite con un occhio freddo, quasi fotografico, alieno a qualsiasi tipo di retorica sentimentale. Lo spettatore è posto di fronte alla verità della memoria nella sua cruda essenzialità. Pensiamo a La stanza del forno (precisamente il Crematorio III di Birkenau), in cui alcuni Sonderkommandos sono costretti a cremare i corpi di altri ebrei: in primo piano, a destra, una massa informe di cadaveri anonimi, il cui arrivo in questo “salotto della morte” è facilitato dal montacarichi posto sullo sfondo. Le opere di Olère (dipinti e disegni), acquistarono un’importanza tale da essere utilizzate nei processi ai gerarchi nazisti tenutisi nel dopoguerra.

Zoran Musič, particolare dell’impiccato 

E infine, Zoran Musič, artista sloveno (nato a Gorizia), esponente della nuova Scuola di Parigi, che nel 1944 fu deportato a Dachau, dove riuscì a ritrarre segretamente la vita del campo, in circostanze estremamente difficili e pericolose. Si tratta di disegni spietati e stranianti. E’ lo stesso autore a fornire un racconto di questa serie anatomica dolente e funesta: “Vivevo in un quotidiano paesaggio di morti, di moribondi in un’apatica attesa. Nella sala dove ci si lavava, lungo il muro, accatastati altri cadaveri per l’impossibilità di bruciarli subito. Comincio timidamente a disegnare. Forse così mi salvo. Nel pericolo avrò forse una ragione di resistere. Prima provo, di nascosto. Cose viste strada facendo verso la fabbrica: l’arrivo di un carro bestiame aperto. Cascano fuori i morti. Presto sono preso da un’incredibile frenesia di disegnare. Quanta tragica eleganza in questi fragili corpi. Queste mani, le dita sottili, i piedi, le bocche aperte nell’ultimo tentativo di aspirare ancora un po’ di aria. Le ossa coperte di una pelle bianca, quasi celestina”.

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